Ebrei a Cremona nel 1946-48

di Gian Carlo Corada

La storia di cui parla il libro edito a cura della Biblioteca del Seminario Vescovile di Cremona (gli Atti del Convegno tenutosi a Cremona il 28 gennaio 2017) comincia nell’aprile del 1945 (anche se i fatti drammatici che quella storia hanno determinato sono ovviamente precedenti).

L’11 aprile è, ad esempio, il giorno della liberazione, da parte degli Alleati, del Campo di concentramento di Buchenwald, dove ancora restavano 19.000 internati. Nella primavera del ’45 si scoprì (forse sarebbe meglio dire che si ebbe la conferma di quanto già molti sospettavano ed altri sapevano) l’enormità e l’orrore di quanto fatto dai nazisti. Sei milioni furono gli ebrei morti nei campi di concentramento e sterminio. Oltre a loro anche detenuti comuni, politici, zingari, testimoni di Geova, omosessuali. Treblinka, Buchenwald, Auschwitz, Birkenau, Dachau, Mauthausen, Sobybor sono nomi impressi, speriamo per sempre, nella coscienza dei popoli del mondo intero. Il 16 aprile in Israele ed in tutte le comunità ebraiche del mondo suonano le sirene e ci si ferma un minuto in ricordo delle vittime dell’Olocausto.

Solo circa 53 mila ebrei (vi sono dati diversi: comunque, non si va molto oltre i 60.000) sopravvissero ai campi di concentramento (gli ultimi studi del Memorial Museum di Washington parlano di 42.500 campi e luoghi di detenzione nell’Europa nazista, per un numero di morti che va dai 15 ai 20 milioni, fra cui i 6 milioni di ebrei di cui abbiamo detto). Ed iniziarono a vagare per l’Europa insieme ad una massa eterogenea di profughi costituita da ex prigionieri di guerra, civili in fuga, internati nei campi di concentramento e di lavoro, partigiani dell’est, ex collaboratori volontari del regime nazista. Soltanto il 3 per cento di questa massa era costituito da ebrei sopravvissuti ai lager. Vennero riuniti in campi di raccolta chiamati “di-pi lagern”, essenzialmente in Germania, Austria ed Italia; ma loro si identificavano come “She’erit Hapleitah” riprendendo la formula della Bibbia che indicava i rifugiati ebrei sopravvissuti alla conquista di Israele da parte degli assiri, letteralmente “il rimanente che è stato salvato”. Su 53mila ebrei sopravvissuti più di 40mila (Cinzia Villani parla di 50.000) arrivarono in Italia, la porta d’ingresso verso la Palestina, la Terra Promessa. Per quasi tutti (solo una minoranza intendeva recarsi in USA, Australia o Canada, magari da parenti) quella era la meta; quasi tutti intendevano intraprendere l’ “aliya”, l’ascesa, il ritorno, cioè il viaggio verso la terra promessa. Duemilaottocento di loro passarono da Cremona, abitarono nelle caserme dismesse nella zona di via Bissolati, strada Canòon. In fuga dall’orrore, ebrei polacchi, ucraini, moldavi e ungheresi arrivarono a Cremona stipati su camion della Croce Rossa furono ospitati nell’ex caserma Sagramoso (antico monastero del Corpus Domini), nella caserma Pagliari (già monastero di San Benedetto) e nella La Marmora dove si trova adesso il parcheggio di via Villa Glori. Erano famiglie, uomini, donne, bambini. Finalmente liberi, lontani dall’orrore che avevano vissuto. Nelle caserme cremonesi si fermarono quasi tre anni.

Sono entrato per la prima volta in quelle caserme circa vent’anni fa… Antonio Leoni, Mario Silla, Fabrizio Loffi, Massimo Terzi, Mariella Morandi, ed altri, più recentemente anche l’arch. Angelo Garioni, ne hanno documentato le condizioni ed approfondito le ricerche, trovando documenti, testimonianze, fotografie. Mario Silla ed Angelo Garioni stanno conducendo un meritorio lavoro di inchiesta anche sulle storie private di molti degli ebrei passati da Cremona.

L’impressione immediata che tutti hanno riportato è che qui, in queste ex caserme diventate la casa degli ebrei dopo i campi di sterminio, il tempo sembra essersi fermato.

Ovunque abbandono e degrado. Su alcuni muri rimangono scritte in ebraico: Bet-serfer che significa scuola, “Bet-serfer al shem Ch.N.Bialik” un’altra scuola dedicata al poeta ebreo Bialik, Friseur, barbiere scritto in tedesco, polacco e in yiddish poi la palestra, le cucine.

Senders Motel, Senders Hmda, Senders Rachuma, Fridman Zacharia, Friedman Jenka, Selinger Moses, Selinger Ehaskiel, Kessenkalmn Mose, Kessenkalm Rosa. Questi alcuni nomi di un lungo elenco di 1127 ebrei polacchi residenti a Cremona al campo AMG n. 82 di Cremona redatto dall’infermiera volontaria Alice Sartori per conto del Comitato Provinciale della Croce Rossa Italiana, Ufficio Provinciale Prigionieri, Ricerche e Servizi connessi di Cremona.

L’elenco è di 13 pagine e porta la data del 12 dicembre 1945. Proviene dall’Archivio Storico Centrale della Croce Rossa Italiana, Fondo Prigionieri di Guerra. È un documento importante e, per ora, l’unico conosciuto con una schedatura dei profughi ebrei che hanno soggiornato a Cremona. La nota che accompagna l’elenco precisa che l’elenco è soggetto a quotidiane modifiche perché i ricoverati cambiano frequentemente. La lista divide gli ebrei per camere. Si comincia dalla numero 37 dove abitavano in 53, l’elenco si chiude con la 145 dove vivevano solo due famiglie i Lypszyte e i Medmicki, sei persone in tutto. In realtà si trattava di stanzoni, camerate collocate al piano superiore delle ex caserme. Letti, armadietti in metallo e coperte appese a fili metallici che dividevano gli spazi riservati alle varie famiglie per garantire una assai precaria intimità. Un lungo elenco di cognomi e di nomi di cui non si sa nient’altro se non che provenivano dalla Polonia.

Dove sono finiti (Israele, Stati Uniti o Canada?), da che campi provenivano (Auschwitz, Birkenau, Terezin o Goloby?), che cosa facevano prima di essere internati? Tutte domande alle quali dopo settant’anni ancora non si sono date risposte esaustive e su cui sta però lavorando da un po’ di tempo un importante istituto culturale americano, l’United States Holocaust Memorial Museum di Washington che sta raccogliendo immagini, documenti, testimonianze sui “Displaced Persons-Return to life”, persone disperse-ritorno alla vita, un ritorno al quale ha contribuito anche Cremona. L’Italia all’epoca era considerata la porta di Sion, l’ingresso per la libertà, per la Palestina, per la Terra Promessa. Per ragioni geografiche ovviamente, ma anche per l’atteggiamento delle autorità italiane, meno restrittivo rispetto a quelle inglesi nell’autorizzare gli imbarchi verso la Palestina.

Facciamo un poco di storia, giusto per richiamare il contesto. L’Inghilterra (dal 1918 “mandataria” in Palestina ed Iraq: di fatto potenza coloniale), nel 1917, con la cosiddetta Dichiarazione Balfour (dal nome del ministro degli esteri inglese del momento) aveva dichiarato di vedere “con favore la costituzione in Palestina di una national home, una sede nazionale per il popolo ebraico”. Allora, gli ebrei in Palestina erano poco più di 80.000 in tutto. Negli anni successivi vi fu una discreta immigrazione ebraica, ostacolata ben presto dagli inglesi per non inimicarsi del tutto i Paesi musulmani e la comunità araba palestinese (che si ribellò con vigore, negli anni 1936-39, proprio per ottenere dagli inglesi il blocco dell’immigrazione ebraica). Negli anni ’30 in effetti, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, l’immigrazione ebraica, che ancora nel 1930 era di 4.000 persone l’anno, subì un’impennata (nel 1935 gi immigrati furono 62.000! Ricordo, per una comparazione, che nel 2014 gli immigrati in Israele furono meno di 7.000, di cui 2.000 dalla sola Francia). Nel 1939 l’Inghilterra, nel tentativo di mantenere buoni rapporti con i Paesi arabi, sempre più attratti dal nazifascismo, pubblicò un “Libro bianco”, un rapporto cioè sulla situazione palestinese, che fissava per l’immigrazione ebraica un tetto massimo di 75.000 individui in cinque anni, cambiando quindi radicalmente linea rispetto alla dichiarazione Balfour. Nel 1945, alla fine della guerra, l’Inghilterra in un primo tempo tentò di rimanere fedele a tale politica restrittiva. La pressione delle comunità ebraiche americane, degli USA e dell’URSS stessa, la pressione dell’opinione pubblica (dopo i sei milioni di ebrei europei morti nei campi), una guerriglia ebraica anticoloniale in Palestina: tutto ciò indusse la Gran Bretagna, nel febbraio 1947, a rimettere l’intera questione nelle mani dell’ONU (la cui Assemblea Generale decise, in novembre dello stesso anno, la separazione in due della Palestina ed il controllo internazionale per Gerusalemme). Ecco: le vicende degli ebrei cremonesi vanno inquadrate in questo contesto ed in questo arco di tempo.

L’Italia, dicevamo, fu ideale luogo di transito. Delle 56 navi che tra la fine della guerra e la nascita dello Stato d’Israele nel maggio del 1948 portarono gli ebrei clandestinamente in Palestina, ben 34 salparono dalle coste italiane. Era facile arrivare in Italia attraverso i valichi alpini e altrettanto semplice per le navi affittate dall’Haganah (il servizio segreto, attivissimo in questa fase) trovare porti d’imbarco per il Medio Oriente. Erano 17 i campi profughi per gli ebrei distribuiti in tutta Italia soprattutto vicino alle grandi città. Il più grande era quello di Grugliasco, alle porte di Torino, e poi Cremona, Modena, Reggio Emilia, Genova, Cinecittà a Roma, in Puglia nel Salento. La quasi totalità dei profughi ebrei entrò dal Brennero, dal passo di Resia e dal Tarvisio. Lo fecero con l’aiuto degli uomini della Brigata Ebraica, cinquemila uomini dell’ottava armata britannica provenienti dalla Palestina e dalla sezione italiana del Mossad, l’Aliyà Bet. Tutti i campi profughi italiani erano gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite, l’Unrra con il supporto della Croce Rossa Italiana, mentre l’agenzia ebraica americana Joint (l’American Joint Distribuition Commitee) sosteneva finanziariamente i campi e contribuiva alle necessità dei profughi. La situazione dei campi non rispecchiava la situazione demografica di una società normale dell’epoca. La maggioranza dei profughi era piuttosto giovane. La popolazione anziana era praticamente assente, il numero degli uomini era più del doppio delle donne, pochissimi i bambini. Ma qual era il primo impatto con i campi? Lo descrive bene Primo Levi in “Se non ora quando”, raccontando l’impatto con palazzo Odescalchi, in via Unione a Milano, più o meno la stessa atmosfera che si respirava nelle ex caserme cremonesi. “In via Unione ritrovarono un’atmosfera che era loro più familiare. L’Ufficio Assistenza pullulava di profughi, polacchi, russi, cèchi, ungheresi: quasi tutti parlavano yiddish; tutti avevano bisogno di tutto, e la confusione era estrema. C’erano uomini, donne e bambini accampati nei corridoi, famiglie che si erano costruiti dei ripari con fogli di compensato o coperte appese. Su e giù per i corridoi, e dietro gli sportelli si affaccendavano donne di tutte le età, trafelate, sudate, infaticabili. Nessuna di loro capiva il yiddish e poche il tedesco; interpreti improvvisati si sgolavano nello sforzo di stabilire ordine e disciplina. L’aria era torrida, con sentori di latrina e cucina. Una freccia, ed un cartello scritto in yiddish, indicavano lo sportello a cui dovevano far capo i nuovi venuti; si misero in coda ed attesero con pazienza” (Primo Levi, “Se non ora quando”).

I profughi ebrei arrivarono al campo di Cremona debilitati, spaesati, confusi. Riferimento politico-ideologico era, in genere, il sionismo. Minoritari i gruppi di sinistra, spesso in polemica con i sionisti. Gli ebrei costituirono subito organismi di autogestione dei campi. Poi, con una assemblea nazionale, venne ufficializzata un’unica Organizzazione dei Profughi Ebrei in Italia, l’Ojri. Questa diede come priorità ai campi l’organizzazione culturale e scolastica: creare scuole e fornire una istruzione ai profughi. I bambini sopravvissuti allo sterminio avevano perso anni di studio e la leadership dei campi sosteneva che “nessun bambino ebreo deve rimanere senza una scuola ebraica” anche per mantenere e far rivivere un forte elemento identitario. Prima si prepararono gli insegnanti poi iniziarono a far funzionare scuole dentro i campi. Le materie erano: ebraico, letteratura ebraica, storia, storia del sionismo, geografia generale e della Palestina, igiene. Era un modo per dare concretezza al sogno: prepararsi per andare nella Terra Promessa da ebrei liberi. Per gli adulti furono attivati corsi di formazione professionale. A Cremona venne istituito un corso per elettricisti e radiotecnici. Dal punto di vista dell’istruzione tecnica, il campo cremonese era considerato il migliore in assoluto tanto è vero che qui si costruirono piccole radio che poi vennero diffuse in tutti gli altri campi italiani. Cremona si specializzò anche nella cucina di carne Kosher. Nel campo di via Bissolati funzionò anche una biblioteca con annessa sala lettura. Nei vari campi arrivarono musicisti, attori, artisti professionisti ed amatoriali scampati allo sterminio con compagnie itineranti. Nel campo cremonese operò anche un circolo teatrale che forniva testi, regia, costumi e trucchi. Il circolo teatrale di Cremona era organizzato dall’artista Tadeusz Kantor. Anche qui venne diffuso il settimanale in lingua yiddish Bederekh che aveva una tiratura di tremila copie. Il sogno di buona parte dei profughi ebrei ospitati a Cremona era la Palestina, la Terra Promessa.

Non era facile riuscire a realizzare il sogno. Alcuni ce la fecero a lasciare il campo di via Bissolati nel giro di pochi mesi, per altri l’attesa fu più lunga. Difficoltà burocratiche, gli enormi problemi sollevati dai militari inglesi per lasciar attraccare le navi in Palestina, le incomprensioni rendevano l’emigrazione verso la Terra Promessa sempre più difficoltosa. Il 20 novembre 1945 da Cremona partì uno sciopero della fame di tutti i profughi per sollecitare le autorità italiane a lasciar partire le navi dalle nostre coste. All’inizio del 1946 nel porto di La Spezia mille ebrei attendevano di salpare su due imbarcazioni, la Fede e la Fenice, alla volta della Palestina. È la stessa storia della nave Exodus, portata sullo schermo da Paul Newman, ambientata all’epoca in Grecia anche se la storia era quasi sicuramente quella italiana. La Polizia aveva bloccato gli imbarchi per un errore: gli ebrei vennero scambiati per un gruppo di fascisti intenzionati a lasciare il nostro Paese. Scattò la protesta in tutti i campi. A Cremona i profughi ebrei sfilarono con cartelli di protesta sui corsi cittadini per rivendicare il diritto alla partenza per la Palestina. L’equivoco venne chiarito e le partenze ripresero.

 

Il campo venne chiuso formalmente il 31 marzo 1947. Sappiamo, però, dalle carte del processo a Guido Acerbi, accusato di aver ucciso Pietro Piccoletti, che ancora in quei giorni una partita di armi provenienti dalla lotta partigiana era stata venduta a due giovani sionisti residenti nell’ex caserma Pagliari. Ne parla Mimmo Franzinelli nel libro “Un’odissea partigiana”. La partita di armi venne subito fatta pervenire all’Irgun, organizzazione militare nazionalista impegnata in Palestina nella lotta agli inglesi per la costituzione dello Stato di Israele. Ciò non significa, ovviamente, che tutti nel campo cremonese partegiassero per l’Irgun (da molti considerata organizzazione terroristica); testimonia però dell’esistenza di una rete che mirava non solo all’espatrio degli ebrei profughi ma anche alla lotta armata per la creazione di un nuovo Stato ebraico. Comunque, buona parte dei 2800 ebrei raggiunse la Palestina, molti altri gli Stati Uniti, alcuni il Canada. A Cremona rimasero, secondo alcune testimonianze, fino al 1948 avanzato. Si sa che erano presenti in Italia, nel 1950 ancora 2.000 profughi ebrei.

Nel 1987, in occasione delle celebrazioni stradivariane, una ventina di ebrei passati da Cremona e poi emigrati negli Stati Uniti volle far ritorno sotto il Torrazzo. Arrivavano da New York dove avevano costituito un “club Cremona” nella città della grande mela per ricordare chi li aveva accolti dopo i lager. Erano guidati da un dentista, Samuel Unger, che consegnò al sindaco Renzo Zaffanella una pergamena con parole di riconoscenza verso la città così ospitale con loro dopo la Shoah. Molti ebrei passati da Cremona fecero fortuna negli Stati Uniti. È il caso di Samuel Podbersky nato a Cremona nel campo dei deportati e uno dei primi nati in assoluto da genitori sopravvissuti dall’olocausto. Dopo essere emigrato negli Stati Uniti e cresciuto a Baltimora, nel Maryland, Podberesky si è laureato in ingegneria spaziale e poi in legge. Dal 1986 ha presieduto il Comitato dell’Ufficio dell’Aviazione per i diritti dei passeggeri al dipartimento dei trasporti americani. Oggi risiede vicino ad Annapolis con la moglie Rosita i cui genitori erano, come quelli di Samuel, sopravvissuti all’olocausto. Dal racconto dei genitori e degli amici che con loro hanno raggiunto l’America, Podberesky ha scritto recentemente il suo primo libro: “Never the last road” (Mai l’ultima strada). È la storia drammatica della sopravvivenza di Noah Podberesky e della sua futura moglie Mina Milikowsky, vittime ebree della persecuzione. È una storia di forza individuale, coraggio e un ripetuto intervento della buona sorte. Nel libro si racconta dell’olocausto ma anche dell’aiuto di tante persone. Una storia vera. Mina pur ferita, combattè per due anni i nazisti con i partigiani russi. Noah ha iniziato la guerra nell’esercito polacco e più tardi ha servito l’esercito russo guidando una unità di partigiani. Per diverse volte è sfuggito ai rastrellamenti tedeschi e ai massacri. Poi la sopravvivenza nei campi, il passaggio a Cremona (un intero capitolo è dedicato al campo profughi della nostra città) e quindi il viaggio negli Stati Uniti. Un’altra incredibile storia di ebrei passati per Cremona è quella di Robert Frimtzis, originario di Beltz in Moldavia. Per sfuggire alla persecuzione scappò con la sua famiglia nel Tagikistan e alla fine della guerra arrivò al campo di Cremona. Emigrato negli Stati Uniti, si laureò in ingegneria aerospaziale e divenne coordinatore del programma Apollo della Nasa. Nel 2008 scrisse il suo libro di memorie dal titolo “From Tajikistan to the Moon”, dal Tagikistan alla luna. Dal campo di Cremona passò anche un famoso jazzista, un medico ricercatore diventato in Israele uno dei padri della patria. Nomi, volti, lacrime, sorrisi, storie di sofferenza e di speranza. Luoghi nascosti, cui è buona cosa ridare memoria, perché solo se si conserva la memoria può esservi qualche speranza che drammi del genere non si ripetano mai più.

Ecco, io vorrei che da questa meritoria pubblicazione potessimo trarre alcune indicazioni.

La prima, ovviamente, attiene alla memoria di quanto avvenuto, imperdonabile dal punto di visto etico e storico: nel cuore della colta Europa è stato organizzato da nazisti, fascisti e loro collaboratori un massacro sistematico e “scientifico” finalizzato alla eliminazione di intere “categorie” di persone (ebrei, rom, omosessuali, comunisti ecc.).

La seconda indicazione è che occorre continuare a studiare. Per varie ragioni (guerra fredda, reticenza a parlare da parte delle stesse vittime, volontà di occultare i collaborazionismi) per alcuni decenni dopo la guerra s’è teso a dimenticare quanto avvenuto. Si sono distrutte le baracche dei campi e neppure una croce, una lapide è stata messa. Come per le stragi in Italia ed altrove! E come per le stragi i nuovi studi hanno portato a cifre assai superiori a quelle inizialmente ipotizzate, così è avvenuto per i campi. Lo dicevo prima: 42.500 ne sono stati censiti! Occorre continuare in questi studi. E negli studi degli anni appena successivi alla fine della guerra.

La terza indicazione è propria di Cremona. Il progetto del Parco dei Monasteri non può cadere nel dimenticatoio. E neanche il recupero di Sciesopoli a Selvino, l’ex colonia fascista utilizzata dagli ebrei, anche “cremonesi”, in quegli anni ed ora in stato di abbandono. Tra le varie destinazioni previste, a Cremona come a Selvino, si potrebbe prevedere un, anche piccolo, spazio per studi, ricerche ed esposizioni dedicato agli argomenti di cui abbiamo parlato.

Un libro vale per le conoscenze che offre, per le emozioni che suscita e per le riflessioni e discussioni che fa nascere. Ecco, questo testo è proprio così: insegna, commuove, fa riflettere ed offre indicazioni. Ne consiglio a tutti la lettura.

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